RADICI
Il termine richiama le piante. Le espressioni visibili e concrete di un albero - il tronco, i rami, le foglie ... - dipendono infatti da qualche cosa che non si vede, dalle radici che sono sotto terra.
E appare veramente incredibile come la massa di alberi enormi abbia un corrispettivo sotto terra, il che significa che tutto ciò che noi vediamo si attacca fortemente a qualche cosa che è fondamentale, perché dalle radici si trae nutrimento, si trae quella che nell'uomo si chiama parte della propria identità.
In ciascuno di noi ci sono tre identità: la prima è quella di sentirsi un io diverso da tutti gli altri. Poi vi è una identità di specie, maschio o femmina. La terza è l’identità sociale che si lega a tutto ciò che noi facciamo, a quello che è il nostro ruolo sociale, ai compiti che noi svolgiamo nella nostra attività, ma anche ciò che rappresentiamo in famiglia: essere figlio, essere padre, essere nonno. (p.34)
SPERANZA
Personalmente ritengo che la memoria che ci riporta alla dimensione del passato sia importantissima, perché le radici della pianta che non si vedono sono quelle che in fondo non solo portano nutrimento ma danno anche solidità.
La resistenza di una pianta dipende dalla profondità delle sue radici. In certe foreste è possibile vedere delle piante che cadono all'improvviso e senza alcuna ragione apparente, ma se si osserva con attenzione si vede che lo zoccolo, la piastra costituita dalle radici, era troppo superficiale.
Insomma, noi dobbiamo andare giù in fondo perché le radici danno sicurezza, danno un’identità ed è con quella che noi possiamo anche andare lontano, cioè passare tutti i confini possibili perché noi ci sentiremmo sempre legati a quelle radici. (p.35)
Quindi la speranza è un sentimento che ci fa credere che sia possibile trovare una soluzione a un problema che razionalmente, sul piano dell'esperienza già fatta, sembra irrisolvibile.
Forse questo è lo spartiacque che distingue la categoria umana dei pessimisti da quella degli ottimisti. I pessimisti vedono sempre nero, concepiscono il mondo come qualcosa che sta per essere distrutto, una sorta di apocalisse attesa momento per momento. L’ottimista è colui che anche se vede che il mondo è rotto, che le cose non vanno come si vorrebbe, si ostina a dire: «Aspetta, vedrai: tutto andrà bene!».
Ma qui non si tratta tanto di definire il pessimismo estremo oppure un ottimismo un po' superficiale, perché sia in un caso sia nell'altro l'individuo non è più protagonista. Nel pessimismo si può arrivare a essere passivi, tanto non c'è niente da fare; nell'ottimismo si può pure non fare nulla, tanto tutto andrà bene. La speranza si lega all'azione dell'uomo che deve fare qualche cosa: io spero, e proprio perché spero allora faccio, mi muovo, agisco, anche se appare inutile farlo. Di conseguenza la speranza è molto più concreta perché sa muovere l'uomo, sa renderlo attivo, spinge a provare ancora, a non desistere.
Chi ama la montagna e deve raggiungere una vetta e si trova ancora lontano, sa che talvolta la cima appare vicina e poi a un tratto sembra improvvisamente allontanarsi. Qualche volta pensa che non ce la farà: «lo mi fermo», ma la speranza gli dice: «Ma no che ce la fai! Non è poi tanto lontana. Riposati un poco, poi prova ancora, cammina e vai avanti». […]
La speranza non è allora un pensiero vago, ma una forza, un sentimento che muove l'uomo, che lo sostiene nei momenti difficili, quando verrebbe da dire: «Non c'è più niente da fare, lasciamo perdere tutto». Ecco, la speranza è questo senso della resistenza, è resistere, tenere duro ancora un po’, insistere, non mollare, impegnarsi. (p. 36)